Calzature: La cina delocalizza la sua produzione manifatturiera

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Il comparto calzaturiero è uno di quelli maggiormente interessati da questa migrazione di massa verso Paesi capaci di abbattere i costi di produzione. Finora era stata la Cina a fare la parte del leone.
Ora anche il Paese del Dragone sta riconvertendo il proprio modello industriale su lavorazioni a più alto valore aggiunto. Non solo nel tessile, ma anche nell'elettronica di largo consumo. Il mercato domestico cinese cresce sempre più.
Diventa più selettivo, i consumi si stanno orientando verso una maggiore ricerca del gusto e dell'eleganza per la crescita del potere di acquisto del ceto medio cinese.

 

Al contempo anche le pressioni sindacali si fanno sentire rivendicando aumenti salariali e così un costo del lavoro in progressivo aumento. Ecco perché per la prima volta dalla Grande Crisi gli investimenti diretti esteri verso la Cina nel 2012 sono scesi del 3,7%, una caduta che gli osservatori definiscono ciclica, ma che alcuni pensano sia l'inizio di un trend senza possibilità di inversione.
Alcune imprese presenti in Cina hanno iniziato a delocalizzare nei paesi vicini come Vietnam, Indonesia e Thailandia, una parte delle loro attività industriali, soprattutto nel ramo tessile, dell’abbigliamento e dell’elettronica. Due le cause: il cambiamento nelle aspirazioni sociali delle nuove generazioni, meno propense dei loro genitori a considerare attrattivo il lavoro in fabbrica; e il trend demografico che, complice la politica ufficiale introdotta tre decenni fa di limitare a un bambino per madre il numero dei figli, stà diminuendo il numero di persone in età lavorativa, particolarmente fra i 15 ed i 29 anni. In questo decennio l’aumento netto della popolazione in età lavorativa scenderà a 23 milioni, contro gli 82 del decennio precedente ed i 90 degli anni 1990. Non sorprende allora che le imprese facciano sempre più fatica a reperire la manodopera necessaria.
Stanno cambiando le aspirazioni sociali delle donne, sempre meno disposte ad emigrare dall’entroterra verso le zone costiere e a lavorare nell’industria. I servizi sembrano infatti più attrattivi.
A loro volta i recenti aumenti salariali (il livello medio dei salari è ora di $ 400 mensili) e le facilitazioni concesse alla manodopera locale non sono più sufficientemente attrattivi.

Nell’abbigliamento il Bangladesh genera annualmente esportazioni per $ 20 miliardi e contribuisce al 13.6% del PIL occupando 3,6 milioni di operai, in maggioranza donne, che lavorano in 5’000 fabbriche, con minimi salariali vergognosi attorno ai $ 40 mensili e senza norme di sicurezza adeguate. Nella Cambogia lo stesso settore dà lavoro a 450,000 persone con salari mensili fra i $ 110-130 generando un export annuale per le grandi marche occidentali di $ 5 miliardi. Come il Bangladesh, la Cambogia è riuscita ad attirare investitori taiwanesi, cinesi, di Hong Kong, coreani, di Singapore e giapponesi.
Ma la delocalizzazione presenta nuove sfide. Le richieste di aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro formulate dai sindacati bangladesi e cambogiani cosi come le gravi crisi politiche attualmente in corso nei due paesi evidenziano due grossi rischi legati ad una delocalizzazione “selvaggia”:

• La debole sostenibilità sociale di uno sviluppo industriale basato sull’utilizzo sistematico di manodopera locale poco qualificata, con salari, condizioni di lavoro e sicurezza precarie;

• E la probabilità che, in mancanza di una soluzione durevole alle crisi politiche, l’Unione Europea ed altri paesi occidentali possano congelare le preferenze tariffarie sulle importazioni di prodotti provenienti dai paesi asiatici menzionati. Mettendo in crisi la sostenibilità finanziaria del modello.

Detto questo non bisogna dimenticare che si tratta di processi in transizione e non vi è ancora nessun paese in grado di rimpiazzare la Cina come officina globale del presente e del futuro.

Fonti: RSI, Corriere

Last modified onGiovedì, 25 Giugno 2015 19:48

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